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Dal Libro "Foglie Verdi", parte I "Rami D'Albero", Articolo 8/9


Grazie, Signor X !

 

Io sono giovane e sana. Non ho problemi di nessun genere, ad eccezione di quelli inevitabili, legati alla mia età, per i quali trovo ingiusto lamentarmi. Eppure ho vissuto l'esperienza drammatica del trapianto. L' ho vissuta "per interposta persona" e quindi, secondo qualcuno, in modo indiretto e quasi indolore. Io sono di tutt'altro avviso: ho avuto paura, ho sperato, ho sofferto in modo diretto e in prima persona. Io sono una trapiantata, esattamente com'è un trapiantato mio padre.

 

Pittsburgh, luglio 1993.

Mio padre è in attesa di trapianto al fegato. Io e mio fratello siamo con lui. Non è una gita di piacere, ma un viaggio verso la speranza. Per tutta la famiglia quella città è una Lourdes laica e il Presbyterian Hospital è la grotta di Massabielle dove si compiono miracoli. Nell' hotel che ci ospita si respira aria di indifferenza - gli uomini d'affari e i turisti che vanno e vengono hanno altri interessi da curare, altre storie da narrare - e io sento per la prima volta nella mia vita che il mondo è un enorme formicaio dove la gente si muove ignorando quello che accade agli altri. Col cuore mi sembra impossibile che la gente non si interessi minimamente al dramma che la mia famiglia sta vivendo; con la mente capisco che il mondo non può girare intorno a mio padre. Dall'Italia arrivano le telefonate di mia madre che è rimasta a Roma per accudire il fratellino più piccolo e che vuol sapere come procede l'attesa. E' in ansia come noi, forse di più, giacché non vede, non sa, e si sente terribilmente impotente. Come va? Immaginate di trovarvi sperduti in una baita isolata d'alta montagna e di sentire la notte un brontolio cupo che può essere il rumore della slavina che vi seppellirà per sempre, o il rumore dell'elicottero che si sta avvicinando per portarvi in salvo; immaginate di attraversare un tunnel lunghissimo e di non sapere se, alla fine, sbucate verso la luce o verso un altro tunnel ancora più  lungo; immaginate di stare nella stessa condizione in cui stava il poeta Ungaretti al fronte ("come d'autunno / sugli alberi / le foglie")¼ Ecco: è così che andava. Aspettiamo, da un giorno all'altro, da un momento all'altro, una chiamata, qualcuno che dall'ospedale ci comunichi che è arrivata l'ora. Si attende un fegato compatibile; si attende la morte di un altro uomo per salvare la vita di mio padre. 

 

La distanza che separa l'hotel dall'ospedale è relativamente minima. Abbiamo deciso di non farci cogliere di sorpresa e limitiamo le nostre uscite. Ogni volta che squilla il telefono è un sussulto, un tuffo al cuore. Io e mio fratello cerchiamo di parlare d'altro per allentare la tensione, per fare in modo che la distrazione contribuisca alla distensione. Non sempre ci riusciamo: c'è una goccia che ci scava il cuore, un chiodo fisso che penetra in noi. E' soprattutto di notte che mi abbandono a strani pensieri. Ho parlato con il professor Marino che dovrà operare e mi sono convinta che mio padre è in buone mani. Stranamente, non mi preoccupa più la parte tecnica (siamo in America e un trapianto è un'operazione quasi di routine), ma quella psicologica. Di chi sarà il fegato espiantato? Mi addormento vagando tra mille possibilità - un giovane alto e biondo? un camionista? un atleta? un vagabondo? - e cerco di immaginare il volto di colui che diventerà una parte di mio padre. So che, in questo momento, egli parla, cammina, sorride e non può minimamente sospettare che la morte lo attende al varco beffarda; non può prevedere  che un altro uomo, a giorni, gli dirà "grazie" senza che egli possa mai sentirlo. Se potessi, firmerei subito per poterlo ricambiare scrivendo una lettera a favore di una sua figlia: "Se mi dovesse capitare qualcosa e la figlia del signor X avesse bisogno di una parte del mio corpo, ecco qua¼ ci sono io! Buona notte, gentile e generoso donatore che non conosco!"

 

Dieci, quindici, venti giorni. Intanto è arrivata a Pittsburgh anche mia madre. Ma è già  settembre e non possiamo più restare in America. Ci sono gli esami di riparazione e quel deficiente di professore di Italiano e Latino ha voluto punirmi per lo scarso impegno. Dobbiamo ritornare in Italia. Papà resta solo. Dal finestrino dell'aereo guardo Pittsburgh e cerco inutilmente di individuare il Presbyterian Hospital. Arrivo a Roma il giorno dopo e tento di applicarmi allo studio. Leggo sui libri e penso a mio padre, non posso fare a meno di paragonare i miei ridicoli esami con quello ben più difficile che egli è costretto a sostenere. La sera prima di andarmi a sedere su un banco di scuola squilla il telefono. Ci siamo. Un uomo di colore è morto e il suo fegato è compatibile con quello di mio padre.

 Sono le 6 del mattino quando egli entra in sala operatoria. Alla 8 dello stesso giorno io sostengo gli esami. Quando ritorno a casa cerco di mettermi in contatto con Pittsburgh. Papà è ancora in sala operatoria. Ne esce alle 23. Un intervento di diciassette ore; diciassette ore di attesa tremate, di speranze e timori, di preghiere. Io ero con lui, invisibile ma presente.  

Quel giorno - 3 settembre 1993 - sono stata trapiantata anch'io.

 

  

Cristina De Luca



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