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Anch'io come voi "Con le piastrine a 15.000 non c'è niente da fare; solo un trapianto può salvarla". Era il 23 ottobre del 1988 quando mi sentii dire queste parole dall'epatologo. Pensai, da epatitico depresso e angosciato qual ero, che l'unica salvezza da una lunga e terribile agonia era l'autodistruzione, ma non ci riuscii. Ero solo. Nessun punto di riferimento, nessun sostegno reale; non era più utile agli amici, nè ai medici. L'unica risorsa vera, benché sconvolta ed atterrita, restava la mia famiglia. Iniziò così il calvario delle attese deluse e delle mille difficoltà che si frapponevano tra me e il sistema sanitario: da una parte la mia voce flebile e cadente, dall'altra la voce forte e sapiente dei medici. Ero confuso e smarrito come un bambino. Le strutture sanitarie continuavano a non mettermi in lista d'attesa, nonostante l'aggravarsi delle mie condizioni. Ma io volevo andare fino in fondo, volevo sapere tutta la verità. Fu così che mi recai per un'ulteriore valutazione al "Presbyterian Hospital" di Pittsburgh, dove il 3 settembre 1993, "in periculo mortis" fui trapiantato d'urgenza. A donarmi il fegato fu un uomo di colore, morto in un incidente d'auto. Ogni volta che penso a lui, a questo donatore sconosciuto, piango. Piango, lo ringrazio e spero che sia in paradiso. La cosa più importante - prima, durante e dopo il mio trapianto – è stata la valida e costante presenza dei volontari di un'organizzazione internazionale per i trapianti: la TRIO. Con il loro aiuto sono uscito dall'intervento più forte e motivato, tanto da voler dedicare la mia vita all'aiuto e al sostegno di tutti coloro che devono affrontare questa tragica realtà. Per questo ho fondato il Capitolo della TRIO in Italia e per questo ho formulato il primo progetto di assistenza psico-medico-sociale per i candidati al trapianto, i trapiantati e le loro famiglie. <-- Torna Indietro |