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marco recchiuti

  • Lettera aperta
     
    Data: 17/11/04
    di Reginald, Green Bodega Bay, California


    1 ottobre 1995

     

    Lettera aperta di Reginald Green

    Nella celebrazione dell'anniversario della morte di Nicholas Green

     

     

    Il primo di ottobre marcherà il primo anniversario della morte di Nicholas e la casa sembra ancora vuota senza di lui.

     

    Non provo più il piccolo fremito che provavo quando vedevo dapprima i suoi capelli arruffati fare capolino dietro e cespugli dall'altra parte della strada quando veniva a casa da scuola, e poi il suo viso sorridente, sempre pronto a raccontare la storia di qualche cosa di memorabile che gli era accaduto quel giorno. Mi manca tenerlo in grembo, intimo e caldo, per una fiaba all'ora di coricarsi la sera. Soprattutto mi manca il delicato equilibrio di solennità e di gioia che mi diceva che Nicholas sapeva che il mondo era un posto serio, ma non triste. Ogni giorno piango un po'.

     

    Molto dipende della sensazione di solitudine che proviamo in momenti in cui so che Nicholas avrebbe potuto riscaldare i nostri cuori. Penso però che la cosa peggiore sia, non tanto l'effetto che questo ha su di noi, quanto la consapevolezza che Nicholas non ha mai avuto l'opportunità di fare tutte quelle cose felici e tristi che costituiscono una vita: tutti quei libri, tutti quei tramonti, tutte quelle rivelazioni portate dal crescere.

     

    Ma quest'anno ci ha anche portato il lavoro di una vita. Quando prendemmo la decisione di donare i suoi organi, Maggie ed Io non avevamo alcuna idea che la cosa sarebbe diventata pubblica, tanto meno ci saremmo potuti immaginare la scarica elettrica che questo ha portato in tutto il mondo. Personalità nel campo dei trapianti ci dicono che quello che è accaduto a Nicholas è stato il singolo evento più importante da anni nel sollecitare la coscienza del pubblico al bisogno di donazioni di organi.

     

    Dobbiamo questo, in primo luogo e principalmente al popolo italiano, il cui involontario grido di allarme e di dolore alla notizia della sparatoria ha fissato il tono per tutto quello che è accaduto dopo. E' stato un grido lanciato da ogni tipo di persona: da un Presidente e un Primo Ministro, che ci hanno parlato come si fossimo membro della loro famiglia, fino a perfetti sconosciuti che tremavano di emozione fermandoci per la strada; giovani bambini idealisti che dicevano che un giorno anche loro avrebbero voluto aiutare qualcuno nei guai e vecchie persone malate che volevano dirci una parola di conforto mentre c'era ancora tempo; genitori e coppie senza figli; poliziotti, contadini e poeti; politici di ogni partito, rivenditori, giornalisti, giocatori di calcio e la Chiesa di ogni livello.

     

    Da allora abbiamo ricevuto lettere da ogni parte dell'Italia, centinaia di lettere. Molti cominciano dicendo che non sanno trovare le parole per dire quello che è nei loro cuori e proseguono dicendolo con grande eloquenza. Alcuni raccontano come hanno perduto un loro caro perché un cuore o un fegato non sono arrivati in tempo. Altri erano recettori di organi che non conoscevano il donatore, ma che volevano ringraziare qualcuno per averli riportati indietro dalle tenebre della morte. Una madre la cui figlia di quattro anni è morta la immagina che gioca con Nicholas in posto dove non c'è violenza.

     

    Ovunque la gente ci ha dato ciò che era loro più personale. Un musicista ha scritto una sonata per piano, un altro un concerto per orchestra e coro. Vari pittori ci hanno mandato ritratti di Nicholas, ed uno scultore, un busto di straordinaria somiglianza. Alcuni ci hanno mandato libri che avevano scritto. Un timido artigiano di Catania ha costruito un realistico soldatino giocattolo di Giulio Cesare. Un artista ci ha detto che non poteva quasi sopportare l'idea di separarsi da un quadro che aveva dipinto di Nicholas, con i suoi occhi tormentanti, che adesso è appeso in casa nostra. Donne di casa ci hanno mandato marmellate fatte in casa e dolci. E' stato come se tutte queste persone ci volessero dare una parte di se stesse.

     

    A livello ufficiale, l'Italia ci ha conferito la più alta onoreficenza civile, la medaglia d'oro al valore civile: non siamo riusciti a trovare nessun caso in cui questa medaglia sia stata conferita ad un straniero. Alcune città hanno battezzato strade, parchi, scuole e borse di studio in onore di Nicholas. Il più grosso gruppo ospedaliero d'Italia porta adesso il suo nome.

    Tutto questo a seguito di una decisione che è sembrata così ovvia a me e a Maggie che non avemmo neppure bisogno di parlarne. "Ora che non c'è più non dovremmo donare i suoi organi?" disse uno di noi, non ricordo chi, quando la notizia ci fu data che era giunta la fine. "Si", rispose l'altro. Questo è tutto ciò che successe.

     

    Quello che non sapevamo all'epoca era che la scarsità è grave quasi ovunque, con il tasso di donazioni o statico o in diminuzione ed il bisogno in aumento. Famiglie sono distrutte ogni giorno dal fatto di non aver ricevuto gli organi in tempo. Ciò sembra un terribile spreco.  Abbiamo incontrato tutti coloro che hanno ricevuto gli organi di Nicholas, alcuni più di una volta, e vedere la differenza che ciò ha fatto nelle loro vite è un'ispirazione. Sapendo ciò che sappiamo ora, penso che se avessimo tenuto il suo corpo, invece di condividerlo, non sarei stato capace di guardare indietro senza provare un profondo senso di vergogna.

     

    Durante questo ultimo anno ci siamo adoperati a far sapere a più gente possibile quello che abbiamo scoperto, scrivendo articoli tipi di pubblicazioni, concedendo interviste a televisioni, radio e giornali, penosamente ricercando tra le fotografie di famiglia per cercare di dare un aspetto umano al suono blando di "donazioni di organi". Svariate volte siamo stati intervistati in diretta dall'Italia alle tre della mattina ora californiana. Abbiamo prodotto un breve film, assumendo un produttore di documentari di Hollywood di prima classe: centinaia di copie sono ora usate da ospedali e gruppi medici. Abbiamo attraversato gli Stati Uniti in lungo e in largo, parlando con "leaders" civici, politici, medici ed infermiere, e abbiamo disseminato il messaggio anche in Francia e nel Regno Unito.

     

    Speriamo di poter erigere un monumento, dedicato a Nicholas ed a tutti i bambini ai quali il futuro è stato tolto, su un bel tratto della costa della California nel nostro piccolo paese di Bodega Bay. Il disegno è stato fatto da un famoso scultore della California, Bruce Hasson, la cui più recente opera è stata una campana per il cinquantesimo anniversario delle Nazioni Unite, che egli ha scolpito da armi da fuoco fuse. Abbiamo chiesto agli italiani di donare delle campane da appendere al monumento e adesso ne abbiamo ottanta. Sono venute da famiglie e scuole di ogni parte dell'Italia. Una è una magnifica campana fatta alla fonderia papale e benedetta dal Papa stesso. Se riusciremo a realizzare questo monumento credo che sia destinato ad essere un'opera d'arte famosa in cui la bellezza dell'idea, la bellezza del disegno e la bellezza del luogo si uniranno per toccare l'animo umano.

     

    Fin dai primi giorni ho sempre pensato che la nostra storia sarebbe presto stata dimenticata, e, naturalmente, col tempo lo sarà. Per ora però dovunque andiamo siamo incontrati da un'intensa curiosità. Recentemente ho detto ad una conoscente che, lavorando in seno alla comunità che promuove la donazione degli organi, volevo spremere fino all'ultima goccia di bene da questa tragedia mentre la gente ci ricordava ancora. "Non devi pensare in questi termini", mi ha detto. "Pensa che sia un gocciolio, che si trasforma in un ruscello, in un fiume, e poi in un'alluvione". Adesso la penso così, ed il mio fine è di trasformare la donazione di organi in regola piuttosto che eccezione. Se così fosse, centinaia, forse migliaia, di vite, molte di bambini, potrebbero essere salvate ogni anno.

     

    In ultima analisi, comunque, si tratta di qualcosa di ancora più grande. Si tratta dei temi più profondi della vita – si tratta dell'umanità che si ritrova nella consapevolezza che quello che ci divide è un'inezia in confronto a quello che abbiamo in comune, è una mano che ci aiuta nell'oscurità ed è la vita che coraggiosamente fiorisce dalla morte.





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